Passato

 

Sono nato nel 1975,mentre finiva la guerra in Vietnam, moriva il dittatore Francisco Franco e in Italia nascevano le prime radio “libere”. I primi anni della mia vita furono spensierati anche se non ho molti ricordi, all’età di cinque anni mi trasferii da Alba in un paesino nelle Langhe,iniziai ad andare a scuola nel 1980 e di quel periodo i ricordi che mi tornano in mente sono di giornate passate con i miei nonni, la mia prima gattina,la bicicletta, il mio primo giradischi, le macchinine, la vecchia radio che era sempre accesa e il mio primo innamoramento!  anche se non sapevo ancora come chiamarlo, dopo un po' di anni ho capito che era una sorta di amore platonico. Mi piaceva una mia compagna di classe,volevo sempre stare vicino a lei, mi piaceva il suo profumo, la sua voce e a casa sognavo di salvarla da situazioni pericolosissime così che lei si potesse accorgere e innamorare di me! Fortunatamente questo rincoglionimento non durò molto! Dopo le elementari, frequentai le medie ad Alba, nel 1987, il primo grande dolore, la morte improvvisa di mio nonno nel giro di pochi giorni. Fu  ricoverato in ospedale per un infarto, andai a trovarlo di sera, stava bene, era seduto, scherzava e nella notte morì. Quando mi svegliai al mattino, ebbi come un presentimento,chiesi immediatamente sue notizie appena sveglio e ricordo che mi dissero che stava molto male e dopo poco capii quello che era successo. Mia nonna reagì molto male, dopo un anno toccò anche a lei un infarto, rimase ricoverata all'ospedale per un periodo che a me parve infinito, fra alti e bassi e poi ricordo la gioia quando tornò a casa.

Nel 1988, facevo terza media e in quel periodo cambiarono anche i miei gusti musicali, iniziai ad ascoltare musica che piaceva a poche persone, erano anni caratterizzati da paninari, yuppies, playback e mi ritrovai con sempre meno amici, per stare con i miei coetanei dovevo sforzarmi e farmi piacere le cose che amavano gli altri. Non si può dire che mi sia tirato indietro, com’è successo tante altre volte provai ad essere diverso, Tentai di appassionarmi al campionato di calcio, cercai di mettere vestiti firmati, ma ben presto mi resi conto che stavo recitando una parte, quello non ero io e preferii rimanere con poche persone ma sincere.

Con il mio amico Claudio andavo alla nuova sala giochi che avevano appena aperto in paese, c’erano i primi videogiochi con grafica spartana, le partite costavano 200 lire e c’era la navicella nello spazio che doveva sparare a tutto quello che arrivava dall’alto, oppure il gioco con l’omino che doveva camminare verso destra e colpire con pugni quelli che arrivavano nell’altra direzione, ricordo che mi vennero addirittura i calli per giocare a quel gioco. Nella sala poi c’era anche un videogame che non vidi mai in funzione dove si poteva entrare dentro, era una macchina con il volante.

C’era poi un jukebox, con il quale riuscivo ad ascoltare le canzoni più volte con gli stessi soldi perché quando il disco stava per finire con un po’ di scossoni facevo tornare la puntina all’inizio , il proprietario era sotto nella bocciofila e non si accorgeva di niente, neanche quando giocavamo a baseball con le stecche da biliardo.

Per finire, c’era il calcio balilla, il più divertente soprattutto quando si era in quattro, erano partite violentissime la pallina finiva ovunque, più di una volta finì fuori dalla fnestra, anche in questo caso si riusciva spesso a fare partite gratis, bastava essere veloci e prendere la pallina quando finiva in porta prima che andasse giù.

Una volta trovai la sala chiusa, ma la voglia di entrare in quel piccolo paese dei balocchi era tanta, quindi presi una scala, passai dalla finestra e aprii la porta, quando arrivò il gestore rimase sbalordito, gli dissi che avevo già trovata la porta aperta!

In quel periodo dovetti anche scegliere la scuola superiore, ero molto indeciso, l’ultimo anno delle medie fu piuttosto disastroso, di una cosa ero sicuro, sarei andato in una scuola dove ci fosse stata poca matematica, dato che la odiavo. Dopo tante incertezze scelsi le magistrali che da poco avevano anche iniziato una sperimentazione linguistica o psicopedagogica, scelsi quella linguistica.

Ricordo ancora molto bene il primo giorno, eravamo solo quattro maschi in una classe di 24 persone e per solidarietà scegliemmo di stare vicini, l’ultima fila era tutta nostra. Le prime due ore ci fu italiano, io mi sentivo un po’ spaventato e disorientato, la prof parlava e io cercavo di prendere appunti, mi sembrava tutto così veloce, ma il peggio doveva ancora venire perché le ultime due ore ci fu francese, io partivo da zero perché nelle medie avevo fatto inglese. Il professore piombò nell’aula quasi di corsa, borbottando qualcosa in francese, se ci fosse stato qualcuno dietro la porta, l’avrebbe travolto, era basso con i capelli e i baffi bianchi rivolti all’insù, sembrava arrivare dal passato. Era inquietante parlava in francese già dalla prima lezione! Non capivo niente, ci fece fare subito un dettato. Dentro me pensai che avrebbe tenuto conto del fatto che c’erano alunni che non avevano mai fatto la sua materia ma non fu così. Presi subito un bel tre già il primo giorno di scuola e mi andò anche abbastanza bene perché ci furono anche degli zero! Lo stesso tre lo ritrovai anche sulla pagella del primo quadrimestre per francese scritto, era la materia nella quale andavo peggio insieme a matematica e l’anno proseguì grossomodo su questi risultati e alla fine dell’anno nessuno si stupì della mia bocciatura.

Se da questo punto di vista le cose non andarono molto bene, non si può dire la stessa cose per le amicizie perché è proprio in quell’anno che conobbi Luca, un grande amico con il quale condivisi per 10 anni  la passione per la musica e tanti altri interessi comuni.

L'anno successivo ricominciai a fare prima sempre nello stesso istituto e si ripresentarono bene o male gli stessi problemi e a dicembre decisi di mollare e di cambiare scuola.

Al liceo linguistico trovai parecchi amici, furono anni belli, anche se coincisero  con i primi amori non corrisposti che non starò qui a raccontare anche se  mi fecero versare molte lacrime, resero ancora più introverso il mio carattere e mi fecero svuotare parecchi boccali di birra e alcolici vari. Ne racconterò due, quelli che mi fecero stare peggio, il primo accadde in quarta, un mio grande innamoramento per una mia compagna di classe che oltre ad essere bella dimostrava un certo interesse nelle cose che dicevo, pensavo e in questo modo mi faceva sentire importante. L'unico problema, non di poco conto, aveva il ragazzo che oltretutto era l'opposto di me. Io avevo i capelli lunghi, non davo importanza alle firme, ascoltavo musica strana che piaceva a poche persone e difficilmente erano ragazze. Trascorsi un periodo passato a piangere e a bere, ero veramente innamorato e me ne resi conto perché il sentimento cresceva sempre più e anche la gelosia quando lei era con altri e con il suo fidanzato. Anche se la vedevo tutti i giorni, di pomeriggio mi mancava e allora uscivo e speravo di incontrarla con la sua amica in via maestra ad Alba. Dopo un po' dato che la situazione non si sbloccava e io stavo sempre peggio,decisi di cambiare, con la stupida illusione che potesse bastare per farla innamorare di me. Mi tagliai i capelli, cercai di comprarmi camicie e maglie normali, più serie, non le solite che usavo prima con i nomi dei gruppi musicali insomma, cercai di essere il più possibile come il suo ragazzo ma fu un grave errore, perché non é cambiando look che possiamo conquistare le persone, ma cercando di valorizzare quello che abbiamo di vero, di sincero, non dobbiamo inventarci una diversa identità per piacere agli altri. Questo io lo capii troppo tardi, infatti l'anno seguente il fidanzamento della mia compagna di classe che nonostante la giovane età durava da tanti anni e sembrava destinato a continuare per tutta la vita,finì! Io, in un certo senso fui contento perché pensavo che dopo tante sofferenza sarebbe potuto arrivare il mio turno, cercai di fare di tutto e come risultato lei si fidanzò con un mio amico che aveva i capelli lunghi, i tatuaggi, gli orecchini, andava male a scuola,fumava, sentiva la musica che ascoltavo io insomma, era molto simile a me, ma probabilmente avava qualcosa in più. Non sono mai riuscito a capire che cosa fosse, ma quella non fu l'unica volta che accadde una situazione simile anzi, era quasi sempre la prassi, forse era un problema di fascino, di bellezza che non avevo, oppure a causa della mia timidezza. Dev'essere stato per uno di questi motivi ma precisamente non riuscii mai a capire quale e penso che non lo capirò mai, comunque questa ed altre storie analoghe mi procurarono grosse insicurezze, e una forte mancanza di autostima che unite alla mia timidezza crearono una vera e propria bomba per il mio carattere che divenne ancora  più introverso e presto arrivò una sorta di abitudine alle sconfitte e ad essere perdente. La seconda vicenda importante accadde nel 1994, mi innamorai di una ragazza che aveva cambiato scuola ed era entrata solo l’ultimo anno nella mia classe, ci fu subito una grande intesa fra di noi, passavamo i pomeriggi insieme, ci telefonavamo anche di notte e all’epoca c’erano solo i telefoni fissi, quindi non era una cosa normale come accade oggi, perché ogni volta svegliavamo le nostre famiglie. Io preparavo cassettine con le mie canzoni preferite che le regalavo sempre con la speranza che pensasse a me mentre le ascoltava, addirittura le persone che ci vedevano pensavano che stessimo insieme perché eravamo sempre vicini. Tutto questo fino alle vacanze di Natale, in quel periodo andai con Luca in Francia a Menton, dove tuttora vado appena ho qualche giorno libero; dato che faceva troppo freddo per andare in spiaggia, le giornate le passavamo girovagando da un bar ad un pub e viceversa oppure da Hit Import, il mitico negozio di dischi che esiste ancora oggi a Nizza, si iniziava a bere e fumare a colazione fino a notte fonda. In quei giorni pensavo sempre a lei, a quella ragazza che mi piaceva, scrissi anche una lunga lettera nella quale mi mettevo a nudo e confessavo tutto il mio amore, le mie debolezze e i pensieri più intimi, l’avrei consegnata subito dopo le feste a scuola con incoscienza e coraggio. Le vacanze finirono e la scuola ricominciò, ricordo il primo giorno, compito in classe di francese, in questa materia andavo male di scritto, mi portavo sempre dentro l’incubo del vecchio prof delle magistrali con i baffi all’insù del primo giorno di scuola. In quell’occasione mi stavo veramente impegnando, cercavo di non fare errori e avevo intenzione di rileggere più e più volte il compito prima di consegnarlo. Ad un certo punto una mia compagna chiese alla ragazza: “come sono andate le vacanze di Natale?” e lei rispose “Bene, mi sono anche rimessa con il mio ex” ; ricordo molto bene ancora oggi la sensazione che provai in quel momento, il peso di tutto il mondo franato su di me, il coraggio, le speranze, la gioia che pensavo sarebbe arrivata, in pochi secondi, con una frase tutto fu distrutto, finito. Non rilessi più niente, consegnai il compito  e andai in bagno perché non riuscivo più a trattenere le lacrime, fumai due sigarette una dietro l’altra e buttai via la lettera che avrei voluto consegnarle alla fine della lezione! ....ah, dimenticavo, piccolo particolare, come al solito presi l’insufficienza!

Era il 1994 ,l’anno dell’alluvione, ricordo era un sabato mattina, io guardavo di continuo attraverso la finestra della mia classe e vedevo la pioggia che veniva giù, sempre più forte, senza sosta, all’uscita della scuola trovai mia madre, era venuta a prendermi perché si capiva già che sarebbe successo qualcosa di grande, le strade iniziavano ad allagarsi e durante il tragitto verso casa facemmo una deviazione perché la strada principale era già interrotta per una frana. Il resto è cronaca, i morti, le persone che persero tutto, aziende allagate, la ricostruzione di ponti e strade che l’acqua aveva spazzato via, ricordo che ascoltavamo le notizie con una radiolina a pile perché  rimanemmo per una settimana senza luce, acqua e gas.

Torniamo però alle cose divertenti di quegl'anni, come dimenticare le “tagliate” al vecchio “Salotto” il mitico bar che al mattino era pieno di studenti, aveva due salette interne e come se non bastasse il cortile. Era vicinissimo alle magistrali e al liceo linguistico, quindi a volte entrava anche qualche prof ma quando succedeva la sentinella aveva tempo di avvisare quelli che erano all'interno così che potessero scappare nel cortile, in bagno o c’era persino la possibilità di entrare sulle scale del condominio che ospitava il bar. Il luogo ideale per “tagliare”

La mia seconda casa però era il Bar Rozzo di Piazza San Giovanni, chiedo scusa a Carmelo che, quando sentiva qualcuno che chiamava così il suo bar si incazzava a morte, ma per i miei amici  e per me Barrozzo non era un’offesa, era un piccolo paradiso,ci passavo intere giornate, serate ed era un punto di partenza, un riferimento, il ritrovo. Quando mi fermavo ad Alba di pomeriggio,era un appuntamento irrinunciabile e poi facevo il tour dei negozi di dischi che all’epoca in città erano ben quattro.

  

Dopo la scuola rimasi per un anno a Torino con l‘idea di fare l‘università, in realtà quando mi trovai a vivere ogni giorno in un contesto così diverso dal mio paese, mi lasciai tentare dalle tante distrazioni che offre una città grande, per me era come l’america, spesso e volentieri c'erano concerti belli a due passi da casa, negozi di dischi con vinili introvabili, a volte rinunciavo a mangiare o cercavo monete sotto il letto, nei pantaloni usati qualche giorno prima, ma non riuscivo a riunciare ai dischi e dopo un anno passato così, decisi di prendere un po’ di responsabilità e tornai ad Alba perché dovevo ancora fare il servizio militare. Mentre aspettavo la chiamata alla naja, un giorno ebbi una specie di colpo di fulmine, iniziai a provare un forte sentimento per la migliore amica di Luca che conoscevo superficialmente da un po' di anni, inizialmente cercai di frenare le miei emozioni perché sapevo che se avessi lasciato fare quello che diceva il mio cuore mi sarei innamorato e ne avrei sofferto parecchio perché per me era irraggiungibile, aveva il ragazzo e poi era da anni che la conoscevo e non aveva mai mostrato interesse nei miei confronti. Un giorno andai al Bar Rozzo e appena entrai nella saletta interna mi accolse a braccia aperte con il sorriso e i capelli legati a formare tanti cornetti colorati di blu. Pensai é la ragazza della mia vita! Avevamo molte cose in comune la passione per la musica, le stesse idee e anche se per motivi diversi un pessimismo misto a depressione...insomma ci capivamo al volo. Dopo una breve vacanza insieme e molte serate passate con lei dichiarai i miei sentimenti, inizialmente ci fu un tira e molla, ci fu un rifiuto da parte sua per i soliti motivi che tirano fuori le ragazze quando non vogliono iniziare una storia e non vogliono fare stare male, cioé : "ti voglio troppo bene, non roviniamo la nostra stupenda amicizia" ," in questo periodo sono confusa non posso darti sicurezza" ,"non voglio farti soffrire". Io ero abituato a queste risposte, per me era la normalità, come lo era anche tornare a casa completamente ubriaco per non pensare alla mia situazione di eterno perdente. Ad un certo punto però qualcosa cambiò, per un po' di tempo decisi di non uscire più con i miei amici perché c'era anche lei e vederla mi faceva stare male e dopo un po' come per magia, come in un sogno, lei mi chiese di uscire perché le mancavo e aveva voglia di vedermi, dopo tanta sofferenza, dopo tante delusioni, finalmente la ragazza della quale mi ero innamorato perdutamente, per la prima volta non aveva rifiutato il mio amore. La felicità che provai in quel momento era qualcosa di grandissimo che non avevo mai provato. In poco tempo acquistai anche un po' più di sicurezza, i primi baci mi facevano venire i brividi. Ben presto però si presentò un problema che cambiò la mia vita per tanti anni. Avevo già più di vent'anni e visto il mio passato di sfigato é facile intuire che non avessi mai avuto esperienze sessuali, la mia fidanzatina aveva sei anni meno di me e aveva già cambiato parecchi ragazzi. Mi resi conto improvvisamente che questa cosa da una parte mi incuriosava ma dall'altra mi spaventava molto perché iniziai immediatamente a sentirmi sotto esame, mi venne l'ansia da prestazione, non volevo rovinare quel sogno ma non sapevo bene come fare. Arrivò il giorno del primo rapporto che non racconterò qui ma come previsto fu un disastro, mi crollò il mondo addosso, ricordo ancora benissimo l'euforia iniziale e la pesantezza che provai subito dopo. Ricordo un mio improbabile tentativo di chiedere scusa e la risposta della ragazza immediata: "può succedere,non ti preoccupare, non sei il primo". Non bastò per consolarmi e minimizzare l'accaduto e da quel momento iniziai a sentire un peso sempre più forte e le mie paure aumentarono sempre più.
Ricordo che partii per rincasare ma dopo duecento metri dovetti fermarmi perché non riuscivo a trattenere le lacrime, sentivo un macigno in gola, fu in un certo senso, ancora peggio della solita sconfitta alla quale ormai ero abbastanza abituato. Quello fu un vero e proprio fallimento, mi sentii un fallito impotente, un essere inutile che non riusciva neanche ad esprimere l'amore e a fare le cose che tutti riescono a fare con una facilità naturale ma per me no, anche questo era difficile. Questo peso mi durò per anni e fu difficile nascondere questa cosa agli altri, soprattutto agli amici ma il dolore era troppo forte anche se inizialmente il rapporto non sembrava cambiato molto, io mi sentivo sempre in colpa e anche se per pochi giorni ufficialmente eravamo ancora fidanzati sentivo che la storia non sarebbe durata ancora per molto.
Da quel momento cambiò tutto, si rovinò qualcosa, proprio quell'amore che per tanto tempo avevo inseguito e tutta la sofferenza che avevo passato per conquistarlo in pochi minuti era tutto perso ed era stata solo colpa mia, avevo rovinato ogni cosa. Nonostante frasi di circostanza, luoghi comuni, discorsi rassicuranti dopo circa due settimane la ragazza mi lasciò. Dopo iniziò un periodo nel quale non uscii più di casa nemmeno di sabato e non rispondevo neanche al telefono, lei aveva già trovato un altro ragazzo e a volte i miei amici e lei uscivano tutti insieme.
Come potevo esserci anch'io? Preferii isolarmi per un po'e poi tornai a rivederla, a frequentarla parecchio, finsi di non essere più innamorato perché era l'unico modo per stare ancora un po' con lei. Ci vedevamo spesso, anche di sera, anche di sabato perché dopo il mio successore ne arrivò un altro che aveva venti anni più di lei, era fidanzato e stava per sposarsi. Era un medico e pensò bene di inziare una storia clandestina di sesso ogni volta che
andava nello studio a fare una visita e la cosa dolorosa é che lei non capì che io ero ancora innamorato ed ero costretto a sentire tutti i particolari dei loro incontri che mi raccontava con una tranquillità disarmante. Mi arrivò intanto la lettera di chiamata per il servizio di leva, Come ho già detto altre volte, io odio le divise, le armi, le caserme e tutto quello che ruota attorno ai militari e infatti optai per il servizio civile che iniziai nel 1998 nei servizi sociali di Alba
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Mi occupavo degli anziani, portavo i pasti presso il loro domicilio, oppure andavo a prenderli con il furgone e li portavo al centro diurno, andavo a casa loro al mattino per aiutarli ad alzarsi o a medicarli con le assistenti domiciliari. Sembrava tutto normale, tutto tranquillo ma la prima volta in cui arriva un attacco di panico è terribile perché non sai cos’è, non lo conosci e pensi a mille altre cose, la prima volta non sai come spiegare agli altri le tue sensazioni, la testa gira ti senti mancare, il cuore batte forte, non riesci a calmarti, non riesci a stare fermo, soprattutto non puoi più respirare, manca l’aria, ti senti soffocare, pensi di essere sul punto di morire. Quando passa, rimani distrutto, hai paura che possa arrivare un altro attacco all’improvviso, vivi con la paura ogni attimo, ogni giorno e pian piano perdi tutto quello che avevi costruito, perdi le tue certezze, diventa difficile ogni cosa, anche la più banale. Gli attacchi possono venire in ogni momento, mentre guidi, quando vai al supermercato, mentre sei in ufficio, al cinema ed è una cosa che cerchi di non fare vedere perché la gente non capirebbe, vuoi fare la stessa vita che facevi prima e quando tornano li vorresti nascondere, ma è impossibile, è difficilissimo. Sembrava tutto sotto controllo, eppure sono arrivati, forse dal passato. Ricordo che avevo sempre un botticino di en con me, mi dava sicurezza, cercavo di farne a meno, cercavo di resistere e ci riuscii. La voglia di rinascere fu più grande della paura, volevo ricominciare a fare le cose che facevo prima senza difficoltà, volevo stare bene, volevo vivere, ero arrivato al punto di avere grossi problemi persino ad attraversare la strada per gettare la spazzatura perché appena uscivo di casa stavo male. La rinascita fu  lunga e complicata, dovetti imparare di nuovo tutto anche le cose più semplici, ogni volta che riuscivo ad andare ad Alba da solo era una piccola vittoria, ogni volta che prendevo il treno da solo, ogni volta che facevo la fila. Si perché chi ha gli attacchi di panico ha paura di rimanere in un luogo pubblico da solo e soprattutto lontano da casa perché c’è sempre il terrore di stare male senza sapere a chi chiedere aiuto, senza riferimenti. Quando i problemi e il disagio portano solitudine e isolamento, si entra in un tunnel periocoloso ed é molto difficile uscirne. Il buio ci avvolge e sembra impossibile proseguire nel nostro viaggio, in questi momenti ogni debole raggio di sole che scorgiamo ci può sembrare la salvezza per trovare l'uscita.
Queste sensazioni le ho provate in prima persona durante un periodo in cui mi sentivo solo perché non riuscivo più a trovare nulla in comune con le persone che mi circondavano e questo spazio di tempo concise con l'arrivo di internet a casa mia, era un mondo nuovo affascinante e sconosciuto, da tanto aspettavo di poter usare questa nuova tecnologia, erano i primi anni, la connessione era lentissima, 75K ma, nonostante questo le persone si trovavarono tutte d'accordo nel dire che sarebbe stato il futuro nelle comunicazioni ma anche nella musica. Ricordo le prime esperienze con gli mp3, con Vitaminic e soprattutto Napster, nella migliore delle ipotesi ci impiegavo una nottata intera per scaricare anche solo una canzone perché, spesso cadeva la linea proprio quando il download stava per terminare e non c'era la possibilità di continuare in un secondo momento ma bisognava ricominciarre dall'inizio se si trovava la stessa canzone e soprattutto se ripartiva il download.
Nello stesso periodo ero molto incuriosito anche dalle chat, ne avevo sentito parlare e pensavo fossero delle cazzate però decisi di provare perché non avevo niente da perdere, anche perché quasi tutti i vecchi amici non c'erano più, avevo l'impressione di non essere capito e le idee delle persone che avevo attorno mi sembravano anni luce distanti dalle mie. Mi iscrissi quindi ad un sito chiamato Atlantide, un portale che dava la possibilità di creare un profilo per chattare nelle varie stanze.
Iniziai a frequentare quel luogo e spesso ci rimanevo tutta la notte, era diventato come un bar e per me un rito, mai prima di mezzanotte, musica in sottofondo, birra e sigarette a portata di mano e la notte passava velocemente. Era diventato quasi un vizio perché la chat é il luogo ideale per i timidi, dal momento che é possibile dire tutto quello che pensi, puoi aprirti ed esporre i problemi e le debolezze, senza paura che dall'altra parte ci possa essere un giudizio severo perché ti confronti con un nome, con uno sconosciuto, che non vedi. Quando gli incontri con questa persona misteriosa diventano appuntamenti, ogni notte, quando non ci sono più segreti e finalmente trovi qualcuno che sembra condividere ed apprezzare le tue idee può nascere anche un amore e improvvisamente la persona sconosciuta ti conosce meglio di un ipotetico fratello, diventa una parte di te. Passi le giornate a pensare ad un nome perché non sai nemmeno come possa essere l'aspetto reale, provi ad immaginare, a sognare. Secondo me non é una cosa negativa, almeno per me non lo é stata, forse sono stato fortunato, sicuramente ho iniziato dei rapporti che nella vita reale non sarebbero mai nati, non solo per la lontananza ma perché sono asociale, sono in difficoltà a socializzare con le persone che la pensano come me e non sarebbe mai scattata una molla che mi avrebbe
spinto a conoscere una persona apparentemente molto distante da ogni punto di vista.
La chat mi ha insegnato che in fondo noi esseri umani non siamo molto diversi, però ci mettiamo delle maschere, recitiamo una parte, portiamo avanti un ruolo ed é molto difficile essere liberi ed esprimere i nostri sentimenti. Secondo me, usando questi nuovi mezzi molte persone si sono aperte, sbloccate e molti mondi distanti si sono incontrati perché alla fine tutti hanno dei bisogni e sono sempre gli stessi,tutti cercano di fuggire dalla solitudine e tutti hanno bisogno di essere amati.
Ricordo ancora molto bene le emozioni che provai quando mi accorsi che l'affetto che provavo per una persona nascosta dietro un nickname era corrisposto. Non mi ero mai sentito così importante, in precedenza, quello che facevo avevo sempre l'impressione che venisse ridicolizzato ma da quel momento non più; certo le mie paure erano sempre presenti ma, avevo imparato a conviverci, facevano e fanno parte di me e non le avevo nascoste,mi sentivo amato anche per questo.
Oltre a questo, il rapporto instaurato con la chat fu molto utile nel lungo cammino per guarire dagli attacchi di panico perché spinto dall'amore e dalla voglia di vivere al 100% i miei sentimenti senza privazioni, iniziai con molto coraggio a viaggiare da solo con il treno, mi capitò spesso anche di stare male ,senza nessuno vicino a me, in una città sconosciuta, lontano da casa, ma non mi pentii mai di quello che stavo facendo, avevo sembre adrenalina e un'agitazione positiva, sensazioni molto forti che rivivrei volentieri oggi. Amavo le stazioni, il viaggio, ero diventato un esperto di treni! Ogni incontro era magico e mi dava la forza per andare avanti fra l'incomprensione della gente.

Passarono un po’ di anni e pensai di essere riuscito ad uscire dagli attacchi di panico e dopo curriculum scritti con caratteri giganti per riempire il foglio, perché non avevo esperienze serie alle miei spalle, dopo estenuanti colloqui, che a volte sogno ancora nei miei incubi peggiori e ho il terrore di dover di nuovo fare in futuro, con infinite raccomandazioni per cercare di dare una buona impressione, fingere di essere sicuro spigliato e di avere delle motivazioni per entrare proprio in quell’azienda piuttosto che in un’altra, dare la massima disponibilità, ai turni, al trasferimento, a lavorare nei festivi e rinunciare alla vita privata, cambiai un po’ di lavori, il primo, quello un po’ più lungo che è durato sei mesi, fu il rappresentante porta a porta di un famoso aspirapolvere. Una vera e propria sfida, prima di tutto gli attacchi di panico non erano ancora completamente sconfitti e poi perché dovevo fare proprio il rappresentante che deve essere sempre allegro, spigliato, proprio io che ero e sono ancora  l’opposto. Di quel lavoro mi piaceva solo il fatto che non c’era un ufficio, cambiavamo spesso zona ed ero sempre in macchina. Dopo altri lavori, tra i quali cito brevemente un infernale posto come cameriere in un pensionato vicino casa, ci andavo a piedi, ero impegnato dalle 6 di mattina fino alle 22, stavo a casa solo un giorno di settimana che non era quasi mai sabato e domenica ed ero impegnato soprattutto nei giorni festivi. Nell’orario di punta quando in cucina tutti corrono per servire ai tavoli, i direttori venivano a mangiare proprio dove eravamo noi, dentro la cucina! E non bisognava parlare ad alta voce, sbattere porte o fare rumore con i piatti altrimenti si incazzavano. Ricordo lo sguardo di ghiaccio del direttore quando mi scappò la porta dalle mani e fece più rumore del solito. Scusate il termine, una vita di merda! Quando mi licenziai, venni a sapere che la direttrice fece il solito commento che fanno quelli come lei, quando qualcuno chiese come mai me ne fossi andato: "I giovani d'oggi, non vogliono fare sacrifici, non hanno voglia di lavorare".

Non so come facciano a resistere quelli che sono ancora lì da tanti anni. Per non parlare poi di quando ho trovato posto come educatore in una comunità gestita da un sacerdote. Questa non era vicino casa, ci volevano 45 minuti per arrivare, il primo giorno non era presente il prete, arrivò solo di sera, gli altri educatori che stavano per finire il turno mi fecero vedere velocemente il posto e poi mi lasciarono con un “ospite” della comunità al quale diedero l’incarico di presentarmi gli altri. Erano tutti minorenni delinquenti che non potevano stare in carcere con alle spalle storie di droga o furti, mi ritrovai da solo a dover gestire tutti già dal primo giorno, senza sapere niente. Il pomeriggio passò così, dopo cena il prete si chiuse nel suo ufficio e non pensò nemmeno lontanamente di chiedermi qualcosa, di aiutarmi, d’altra parte era solo il primo giorno! I ragazzi guardarono la tv e tutto procedette abbastanza bene fino a quando uno lanciò una sigaretta accesa ad un altro, quest'ultimo si scansò e la sigaretta finì nel divano! Poi venne l’ora di andare a dormire e io sarei anche dovuto rincasare perché come primo giorno mi poteva anche bastare, ma niente, il prete era sempre chiuso nel suo cazzo di ufficio come se si fosse dimenticato di me. Nessuno, ovviamente, aveva voglia di andare a dormire, in qualche modo, non ricordo neanche come, convinsi i ragazzi ad andare nelle stanze ma, nella prima camera due iniziarono a farsi una canna, nell’altra degli altri accesero lo stereo con la musica techno al massimo, uno uscì dalla sua stanza ed entrò in quella di un compagno per fare uno "scherzetto", tentò di dare fuoco al materasso, a quel punto andai a disturbare il parroco per sapere se come primo giorno 9 ore potessero bastare e ricordo che lui mi disse che quello era un lavoro difficile, particolare, era come una famiglia, infatti anche in quel caso, come per il cameriere, non esisteva sabato, domenica, altri interessi o una vita privata, si stava quasi sempre li e anche durante le vacanze di Natale e quelle estive, come ferie andavano tutti, anche e soprattutto gli ospiti, in altre due comunità  in Polonia o in Romania.

Dopo altre esperienze negative finii in un ufficio a vendere olio in un call center, per me fu incredibile perché era quello che da adolescente avevo sempre temuto, lavorare in un ufficio, tutto il giorno in una stanza, ma questo, se possibile fu ancora peggio perché dovevo telefonare, parlare, dire cazzate in cui non credevo per tutto il giorno, ma non era abbastanza, perché ero un cococo, senza mutua, ferie e senza stipendio fisso, prendevo le provvigioni solo se vendevo. In pratica ero un rappresentante telefonico senza l’unica cosa che mi piaceva del fare il rappresentante cioè, il viaggio. Quando in passato ricevevo telefonate dai call center mi chiedevo sempre come facessero certe persone a fare un lavoro così brutto, ho sempre avuto il terrore di finirci anch’io perché con la mia timidezza non avrei concluso niente e non ne sarei uscito vivo o sano. Nonostante tutto con mio grande stupore, forse anche dopo le esperienze allucinanti dei lavori precedenti per un bel po’ di mesi mi trovai bene, riuscivo a vendere e prendevo uno stipendio accettabile e proprio in questo periodo, mentre ero quasi contento, pian piano tornarono gli attacchi di panico, non come prima perché ormai li conoscevo ma sempre bruttissimi perché non sapevo come liberarmene. Stetti male quasi tutti i giorni in un anno, appena uscivo correvo verso la mia macchina e appena ci salivo mi passavano, fu difficilissimo vivere così, anche se cercavo di non pensarci. A volte partivo da casa per andare al lavoro e poi non riuscivo ad entrare perché stavo troppo male, dovevo tornare indietro, oltretutto è stato quell’anno, il 2003 mi pare, in cui ci fu un’estate afosa, soffocante, che aggravò ancora di più il mio malessere, naturalmente cercai sempre di nascondere tutto perché chi mi avrebbe capito? Cercai di limitare più possibile gocce e pastiglie che spesso mi intontivano solamente. Ora sto bene, è da sette anni che non porto più con me en o lexotan, non mi servono più come sicurezza. In questi anni ho provato tante volte a cercare di capire il perché, la motivazione, la causa dei miei attacchi di panico, prima di tutto c’è un fattore fisiologico, cioè l’ipersensibilità all’anidride carbonica che fa scattare l’allarme da soffocamento e poi probabilmente la causa è da cercare nel mio passato, nelle mie insicurezze, nei miei tentativi di essere come gli altri e nel cercare di fare sempre contenti tutti, dimenticando i miei veri bisogni.
Lo stress della società in cui viviamo, il modello sociale e culturale al quale apparteniamo condizionano le nostre scelte, il più delle volte non siamo liberi in quello che facciamo, che diciamo, gli attacchi di panico sono una ribellione del nostro corpo quando la vita che facciamo non ci piace più. Per questo, per la nostra salute, sarebbe meglio fare solo le cose che sentiamo, che vogliamo e non passare la vita a cercare di fare quello che hanno deciso altri, dovremmo fregarcene di più del giudizio della gente e cercare di essere più noi stessi ma, non possiamo nascondere che la libertà manca, a volte siamo convinti di essere liberi ma siamo solo burattini e se ci ribelliamo ci buttano via, lo spettacolo della nostra vita ha un copione che non abbiamo scritto noi, la nostra parte non é stata decisa da noi, a chi piace, recita bene e non ha bisogno di niente, può essere felice anche in catene ma, chi non si sente a proprio agio può solo soffocare se non scappa!

In ogni caso l'esperienza al call center peggiorava sempre più e dopo un anno e mezzo, dopo aver preso uno stipendio da fame e aver lavorato tutti i giorni otto ore cercando di mantenere sotto controllo gli attacchi di panico, decisi di licenziarmi e di provare a cercare lavoro nelle famigerate agenzie per il lavoro interinale!

Anche in una piccola città come Alba, ne troviamo una in ogni via, sono l'’esempio più subdolo di quello che può creare questa società. La mia generazione si è dovuta abituare ad avere confidenza con la parola interinale. La mia generazione si è abituata a vivere una vita temporanea, a cambiare tanti lavori completamente diversi, purtroppo non esiste più il posto fisso, la sicurezza di un impiego per tutta la vita, ogni volta bisogna ricominciare da zero in un campo che non conosci e appena riesci ad ambientarti e accumuli conoscenze, cambi completamente settore, quindi esiste solo più una finta esperienza, fatta di ricatti, minacce nascoste da una finta formazione continua che non porta a niente anzi, porta solo ad aumentare il precariato.
Abbiamo dovuto umiliarci, abbassare la testa ed eseguito ordini con sorrisi sforzati.
Anche io, naturalmente per trovare un lavoro ho dovuto ricorrere ad una agenzia del lavoro temporaneo, è stata un’esperienza piuttosto brutta perché mai come in quel periodo mi sono sentito uno schiavo ricattabile. Dagli annunci esposti nelle vetrine di queste agenzie, sembra che ci siano infiniti lavori che tu possa scegliere in base alle tue esperienze, alle tue passioni, agli studi che hai fatto,ti sembra tutto meraviglioso, pensi di poter fare anche tu qualcosa di bello, di interessante, ci sono tutti i lavori possibili, mansioni scritte in inglese che fanno sembrare più importanti incarichi delle balle ma, l’ottimismo inizia a diminuire quando entri in una di queste agenzie e provi una brutta sensazione, non ti senti più libero, c’è un' atmosfera pesante trovi gente che chiede a tutti i costi di fare una vita orribile senza più libertà, gente disposta ad accettare tutto pur di portare a casa almeno per qualche mese un misero stipendio. Ti fanno compilare un lunghissimo questionario, poi ti chiamano subito per un primo colloquio e ti rendi conto che i lavori sono sempre gli stessi, e le ditte che offrono lavoro sono sempre le stesse, in ogni agenzia. Dopo un colloquio incalzante nel quale ti chiedono praticamente di raccontare tutta la tua vita, devi dare valide motivazioni per le scelte che hai fatto, devi apparire sicuro, motivato, anche se non sai quello che LORO sceglieranno per te come lavoro ideale. Poi con uno sguardo compassionevole ti dicono che forse ci sarebbe qualcosa adatto a te, certo devi cambiare certe brutte abitudini, non puoi più pensare di avere una vita privata e non devi essere troppo esigente. Devi dare la completa disponibilità a fare turni, straordinari e al trasferimento. Poi ti fissano un altro colloquio e ti consigliano anche di togliere gli orecchini, mettere la giacca per dare una bella impressione, manco dovessero assumerti come dirigente a vita di qualche importante azienda, e finalmente dopo, se tutto va bene ti possono dire il nome dell’azienda per cui dovresti “lavorare” e deve andare bene per forza, non puoi mica avere delle obiezioni, ma ti interessa un lavoro o no? Devi accettare quello che trovi, in fondo chi ti credi di essere? Sei solo un’insignificante pedina, un poveraccio che va a chiedere l’elemosina, devi accettare qualsiasi lavoro. Il colloquio il più delle volte va bene e poi all’improvviso ti chiamano, devi sempre essere reperibile per le emergenze, magari ti telefonano la sera prima per andare a lavorare il giorno dopo…loro che chiedono tanta precisione e motivazione non riescono mai ad organizzarsi un po’ in tempo,ti dicono sempre le cose all’ultimo momento e non puoi avere altri impegni…e il contratto? Niente di più oscuro e contorto, se ti capita di ammalarti niente mutua, la ditta ha bisogno di persone serimente motivate, se si rompe la macchina e non puoi andare un giorno ti fanno un mucchio di storie, la ditta ha bisogno di persone sempre presenti, chi fa troppe assenze verrà scartato. Fai un mese di prova, ti fanno stare sulle spine fino all’ultimo secondo e poi il giorno della scadenza del contratto, nel tardo pomeriggio, se va bene ti mandano un sms per dire che il tuo contratto è stato rinnovato magari per 2-3 mesi.
Forse non sono tutte così, ma io ho quest’impressione perché ho avuto un’esperienza negativa però nessuno mi toglie dalla mente che le agenzie siano nate per poter sfruttare molto più comodamente rispetto ad un po’ di anni fa le persone, si stava meglio quando non c’erano, si stava meglio quando si stava peggio. Dal 2005 dopo un anno in agenzia sono stato assunto a tempo indeterminato da una ditta piuttosto conosciuta della mia zona....continua

 

 

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